La sentenza del Tribunale crea un precedente che deve far riflettere i genitori sull’educazione digitale dei propri figli: se i bambini assumono determinati comportamenti si rischiano multe salatissime.
Il compito dei genitori è stato sempre complicato, ma probabilmente oggi lo è ancora di più per via della diffusione della tecnologia. I device tecnologici danno accesso ad una serie di applicazioni e strumenti che consentono ai giovanissimi di creare una seconda vita virtuale, che al di fuori dei loro account non lascia traccia e che per questo motivo è complesso controllare.
Da sempre i genitori devono trovare il giusto equilibrio tra controllo e fiducia per permettere ai figli in età prepuberale e adolescenziale di svilupparsi e creare una propria sfera privata ma al contempo evitare che possano imbattersi in rischi e problematiche per le quali non hanno gli strumenti e la maturità per venirne a capo.
Si teme sempre che il figlio possa essere vittima di un abuso, possa essere adescato, possa essere preso di mira dai coetanei e diventare vittima di bullismo, ma cosa succede se invece il figlio diventa il bullo? Il genitore tende a dare massima fiducia al figlio, a volerlo proteggere, a credere in prima istanza alla sua innocenza, ma questo non comporta il diventare ciechi di fronte a comportamenti errati e soprattutto non implica una fiducia tale da escludere un controllo attivo.
Compito del genitore è quello di educare il figlio al rispetto dei valori fondamentali, fargli comprendere cosa è giusto e cosa è sbagliato, spingerlo a capire dove finisce la sua libertà ed il suo diritto e dove inizia quello degli altri, porre le basi affinché sia una persona in grado di coltivare rapporti di amicizia sani e si ponga in difesa dei più deboli.
L’educazione comprende anche l’utilizzo dei social e questo obbligo non può essere eluso nemmeno se il genitore si trova nella condizioni di avere una scarsa conoscenza dei dispositivi tecnologici. A ribadirlo con forza è la sentenza n 874 del 4 marzo del Tribunale di Brescia che ha condannato i genitori di una bambina che aveva assunto comportamenti social denigratori e pericolosi al pagamento di un risarcimento di 15mila euro in favore della coetanea presa di mira con atti gravi di bullismo.
Secondo quanto emerso dalla sentenza, la bimba aveva creato dei profili social falsi allo scopo di eludere il controllo dei genitori e di mettere in atto una vera e propria persecuzione ai danni della compagna di classe condividendo pubblicamente foto pornografiche ritoccate per far credere che riguardassero la sua vittima.